Nel solito vecchio libro di quasi cent’anni fa ho trovato un altro santino che si accosta bene a quello già descritto della Madonna della Stella di Migliano in Garfagnana (settembre 2026). Sul retro si legge:
“Preghiera
Dolcissima madre mia Maria, per conservare illibata la delicatissima virtù della santa Purità, mezzo potentissimo è il Vostro Patrocinio che io imploro umilmente. Oh, ammirabile Vergine Maria, vaga stella del Carmelo, vi prego di proteggermi sempre, d’impetrarmi forza per tenere a freno la concupiscenza della carne ribelle, forza per resistere alle tentazioni, per respingere ogni affetto meno che ordinato, e per non consentire mai a cosa che Vi dispiaccia. Deh! Regina dei Vergini e delle Vergini, Voi mi ottenete ch’io rapito alla soave fragranza della vostra immaculata purezza, nutra sempre un singolare affetto a sì bella e inestimabile virtù. Così sia.
Il venerabile padre Domenico Gesù e Maria carmelitano scalzo, nell’anno 1630 [sic] trovò tra le immondizie l’immagine di Maria Santissima qui rappresentata in piccolo, e la ripulì con pia diligenza da tutte le macchie.
La Vergine Santissima in attestato di gratitudine chinò il capo verso di lui nell’atteggiamento che ancora oggidì si ammira nella detta immagine: promise al venerabile Servo di Dio la sua materna protezione e gli disse che si mostrerà propizia coloro che la supplicheranno, particolarmente per le anime sante del Purgatorio.
Si venera nell’oratorio dei Carmelitani Scalzi presso la chiesa di Santa Maria della Scala in Roma.
Modena, Società Litol. S. Giuseppe 1889”.
Si tratta della Madonna detta “del Capo chino” e il suo ritrovamento è narrato così nel sito Madonna dei Rimedi ...:
“L’immagine fu rinvenuta nel 1609-1610 da padre Domenico di Gesù, all’epoca era priore del convento di Santa Maria della Scala a Roma. Ispezionando i locali di alcune case da poco comperate, e in via di demolizione, per ampliare il convento, il venerabile notò sotto le macerie l’immagine della Madonna, che portò nella sua cella per pulirla e farla restaurare, tenendola poi con sé.
Un giorno, il religioso, pulendo il quadretto dalla polvere e non trovando altro che un fazzoletto, mentre si scusava con la Vergine, vide l’immagine animarsi e chinare il capo in segno di ringraziamento, rimanendo poi in quella posizione. La Vergine invitava padre Domenico a esprime il desiderio che avesse nel cuore, promettendogli di esaudire la sua richiesta, in ricompensa per l’amore a lei e a suo Figlio. Raccomandandosi, assieme ai suoi cari, il padre domandò alla Vergine la liberazione dal Purgatorio dell’anima di una persona di sua conoscenza.
Padre Domenico celebrò alcune messe, offrì preghiere e buone opere per l’anima di quel defunto. Dopo alcuni giorni gli apparve Maria, accompagnata dall’anima di quel defunto, liberata dal Purgatorio, facendo al religioso questa promessa: «Esaudirò le preghiere di coloro che mi onoreranno devotamente in questa immagine, e cercheranno rifugio in me, specialmente le preghiere per il conforto e la liberazione delle povere anime del Purgatorio»”.
In seguito l’immagine fu esposta alla pubblica venerazione nella cappella della Confraternita dello Scapolare a Santa Maria della Scala a Roma. Dopo la morte del religioso (1630), su richiesta del duca Massimiliano “fu portata a Monaco di Baviera” (1631) e poi a Vienna dall’imperatore Ferdinando II che la ricevette in dono dai Carmelitani in “riconoscenza per l’impegno profuso per la fondazione del convento di Vienna-Leopoldstadt”. Nel 1637, l’imperatrice vedova Eleonora, “ritiratasi nel monastero delle Carmelitane scalze di Vienna, da lei fondato, portò con sé l’immagine” e alla sua morte (1655) la donò ai Carmelitani scalzi di Vienna, che dal 1901 la custodiscono nella loro nuova chiesa nel distretto di Doebling.
Il padre Domenico con la sua venerazione della Madonna si legò anche alla Guerra dei Trent’anni e alla battaglia della Montagna Bianca (presso Praga, 8 novembre 1620) che vide la vittoria delle forze cattoliche su quelle protestanti.
Lo ricordano vari autori e fra questi, in tono epico, Mary Catherine Elizabeth Chambers che pubblicò (1882) una biografia sulla fondatrice della Congregazione delle Dame inglesi, Mary Ward (1585-1645), incontrata personalmente dal padre carmelitano a Treviri nel 1621. Ci piace riportarla (tradotta):
“Padre Domenico di Gesù Maria nacque in Spagna nel 1559. Santa Teresa gli apparve dopo la morte e lo guarì dalla peste, dicendogli che un giorno avrebbe promosso la causa della di lei canonizzazione.
Dio concesse a Padre Domenico, in misur
a prodigiosa, il dono dei miracoli — paragonabili a quelli compiuti dai più grandi santi — e, sebbene la sua vita lo portasse a un costante contatto con il mondo esterno, egli possedette anche uno straordinario dono di preghiera e contemplazione: immerso continuamente nell’estasi, riceveva rivelazioni eccezionali su eventi futuri.
In una di queste occasioni predisse la sorte disastrosa dell’Invincibile Armata spagnola [1588], proprio mentre erano in corso i primi preparativi per il suo allestimento.
Dopo aver vissuto in Spagna per quarantacinque anni in questo modo soprannaturale, fu chiamato in Italia dal papa e, nel 1604, si recò a Roma. Nel 1620 Paolo V gli affidò l’incarico di sostenere il duca Massimiliano I di Baviera e l’imperatore Ferdinando nella lotta contro gli eretici, durante la prima fase della Guerra dei Trent’anni. Dio Onnipotente rivelò più volte a padre Domenico i dettagli della celebre vittoria di Praga e il ruolo che egli avrebbe dovuto svolgervi. Unitosi al duca, benedisse solennemente le insegne dei due eserciti: entrambe recavano l’effigie della Madonna; quella bavarese portava sul retro i due Santi Nomi e la scritta «Da mihi virtutem...», mentre quella austriaca raffigurava Nostro Signore in croce con il motto «Exsurge Domine ...» e, sul retro, «Monstra te esse Matrem». «Santa Maria» fu il grido di battaglia. Entrambi gli eserciti, con i loro generali ricevettero lo scapolare carmelitano dalle mani del sant’uomo; e il duca Massimiliano fu il primo a presentarsi per accoglierlo.
Trovata una piccola immagine della Sacra Famiglia, disegnata a gesso, in un castello saccheggiato dal nemico vicino a Pilsen – immagine in cui gli occhi della Madonna e di San Giuseppe erano stati trapassati per disprezzo – egli fece voto di riparare a tale profanazione rendendo all’immagine ogni possibile onore.
Se la appese al collo e, tenendo in mano il crocifisso per mezzo del quale aveva compiuto tanti miracoli, salì a cavallo e accompagnò il Duca e i generali Tilly e Spinola nel vivo della battaglia, durante l’assalto alla Montagna Bianca di Praga, incoraggiando i soldati con la voce e con le preghiere e le lacrime che offriva a Dio.
I soldati, stremati dalla fame per la mancanza di viveri, dovettero affrontare una ripida salita contro un nemico ben trincerato; tuttavia, animati dal santo servo di Dio, il loro valore costrinse i ribelli a cedere.
La battaglia durò appena tre ore. La disfatta fu totale e il Palatino [Federico V], con la sua famiglia, dovette fuggire precipitosamente da Praga, abbandonando completamente i domini appena acquisiti. Il suo generale, portando la notizia al conte, disse: «Fuggite, sire, il vostro esercito è sconfitto; «Il mago» — così gli eretici consideravano padre Domenico — «ha stregato tutti»”.
Stipan Vacha in Santa Maria della Vittoria a Roma e a Praga (2014) osserva che “sulla partecipazione attiva di Domenico di Gesù Maria allo svolgimento della battaglia non esiste un accordo tra gli storici dell’età moderna”, e che i “dettagli fantasiosi ovviamente sono inaccettabili per un serio lavoro critico di storia; rifiutandoli però non si puo dubitare della semplice partecipazione di Domenico [...] alla quale si pone una serie di documenti attendibili. Da essi emerge che [...] benedisse i soldati e che in disparte pregava durante tutto il suo svolgimento”. L’autore risale quindi alle fonti degli avvenimenti e del culto della seconda icona di Maria, ricordando i biografi (come il p. Pietro della Madre di Dio che accompagnò il confratello in Boemia) e il ritrovamento a Strakonice, tra i “pezzi di quadri e di statue distrutti e tra i frammenti [...] anche di una tavola larga un piede e lunga un piede e mezzo, abbandonata nella sporcizia e nella polvere” .
Nonostante il disaccordo degli storici, è certo che la “interpretazione religiosa della battaglia da parte dei vincitori cattolici si radicò sin dai primordi”. Il quadro miracoloso venne traslato l’8 maggio 1622 a Roma a San Paolo a Monte Cavallo – che sarebbe diventata Santa Maria della Vittoria – assieme ai vessilli dell’esercito boemo come bottino di guerra. E qui rimase invocata e venerata grandemente dai romani. Lo ricorda un “Libro dei miracoli”, redatto dai frati a partire dagli anni ‘20 del XVII secolo, “pieno di descrizioni di preghiere esaudite e di grazie ricevute attraverso la Madonna della Vittoria”.
L’icona originale fu distrutta da un incendio del 1833 e una copia ha preso il suo posto. È ancora oggetto di devozione dei romani, anche se con numeri di partecipazione minori.
Paola Ircani Menichini, 9 ottobre 2026. Tutti i diritti riservati.
L'articolo in «pdf»